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Migrante, profugo, rifugiato

Migrante. Profugo. Rifugiato.

Da quanto ormai sono diventate parole all’ordine del giorno, termini ripetuti infinite volte nei giornali, alla televisione, alla radio, e persino nella conversazione della coppia seduta al tavolo del bar accanto?

Migrante, profugo, rifugiato. Fanno ormai parte della cronaca quotidiana, così come le immagini dei barconi stracarichi di persone che tentano disperatamente di attraccare in un porto europeo.

Ma la quotidianità ormai sono anche i numeri, i dati, le statistiche, le cifre delle persone partite, annegate, morte durante il viaggio.

Parole, numeri, immagini. È paradossale che per quanto definiscano un evento tremendo, disumano, causato da altrettanti fenomeni orribili, come guerre, persecuzioni, catastrofi ambientali o povertà, finiscano per rientrare nella categoria delle “normalità”, delle “quotidianità”. Non stupiscono più le famiglie distrutte, i bimbi spauriti e gli uomini infreddoliti; pochi sono coloro che provano ancora compassione o qualche forma di empatico dolore, per un tempo maggiore della durata del servizio tg o della lettura dell’articolo. Si dimentica, o meglio, non ci si sofferma neanche più su quelle notizie e su quelle immagini, perché ormai non sono più “novità” che destano stupore.

L’evento di Ceuta, di cui tanto ora si è parlato, non fa altro che ribadire che quelle persone ormai sono diventate semplice merce di scambio, oggetti da usare per propri interessi, ripicche o vendette personali; la loro sopravvivenza, il loro destino, le loro storie, la loro dignità, in quanto anche loro essere umani, sebbene spesso lo si dimentichi, non è sicuramente una priorità.

Migrante. Profugo. Rifugiato.

Ritornano spesso, certe volte usati con criterio, con giudizio, altre volte inter-scambiati, confusi, considerati sinonimi.

migrante: Che migra, che si sposta verso nuove sedi rispetto alla sua sede abituale e/o di origine. Nel lessico delle Nazioni Unite, per migrante si intende “un individuo che ha risieduto in un Paese straniero per più di un anno, indipendentemente dalle cause e dai mezzi adoperati per migrare”

“profugo: è colui che per diverse ragioni (guerra, povertà, fame, calamità naturali, ecc.) ha lasciato il proprio Paese ma non è nelle condizioni di chiedere la protezione internazionale riconosciuta ai rifugiati.”

“rifugiato: persona che, «temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale Paese”

Migrante. Profugo. Rifugiato. Personalmente prima di tutto, direi persona, uomo, donna, bambino, anziano. Qualcuno anche madre, padre, nonno, qualcuno insegnante, studente o operaio. Ma comunque, prima di tutto, essere umano; ciascuno con la sua storia, la sua famiglia, i suoi diritti e la sua dignità.

dignità. La condizione di nobiltà ontologica e morale in cui l’uomo è posto dalla sua natura umana, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e che egli deve a sé stesso, ossia il valore che ogni uomo possiede per il semplice fatto di essere uomo e di esistere.”

Non riesco a capire allora con che criterio a molti di loro, questa dignità non venga riconosciuta, come non si comprenda che se la disperazione è tale da decidere di intraprendere un viaggio del genere, l’alternativa di rimpatriarli nell’immediato non è neanche concepibile. Come si può, ancora oggi, sfruttare questa situazione, imponendo limiti, divieti, chiudendo confini, innalzando barriere, istituendo campi di “rifugio”, che di dignitoso non hanno neanche il nome, venendo meno a qualsiasi principio di solidarietà e accoglienza.

Da ormai troppo tempo, i paesi cosi definiti “sviluppati”, come noi europei, si arrogano l’etichetta di “missionari, espressione di civilizzazione e di democrazia”. Sinceramente credo che di civilizzazione, di tutela e rispetto dei diritti, ne abbiamo solo che da imparare.

Sono consapevole che l’immagine idilliaca di un paese che accolga a braccia aperte milioni di persone in difficoltà, senza lavoro e magari anche senza soldi, trovandogli un’occupazione e un tetto sotto cui dormire, sia una totale utopia.

utopia: formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello.”

Forse sì, ma farli morire, o costringerli a tornare nei luoghi dai quali sono scappati non può e non deve essere considerata come l’unica e valida alternativa.

Il sociologo Durkheim sosteneva che le comunità primitive fossero unite ed in pace fra loro, per il fatto di essere simili e di considerarsi tali, condividendo lo stesso stile di vita, e gli stessi lavori, senza alcuna disuguaglianza, sulla base di quella che lo studioso definiva solidarietà meccanica, tanto era automatico aiutarsi a vicenda. Bisognerebbe solo comprendere che siamo ancora simili, che nonostante le multiculturalità, le differenze economiche, e anche i diversi colori di pelle, siamo alla fine tutti esseri umani, con le stesse emozioni, con gli stessi problemi e la stessa voglia di vivere.

E allora si potrebbe parlare di solidarietà non tanto meccanica, ma voluta, creata e arricchita dalla diversità e dall’incontro di diverse culture, raggiungendo quel melting pot, quell’integrazione che oggi appare così lontana e inarrivabile. Ma che rappresenterebbe l’unica e, a mio parere, bellissima soluzione.

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